diamo un colore agli oggetti

L'uso in campo artistico dei pigmenti per colorare è stata una delle attività culturali più antiche dell'umanità. I primi coloranti usati per tingere le grotte erano pigmenti inorganici come carbone, ossidi di ferro e biossido di manganese. Gli artisti dell'età della pietra, tuttavia, li usavano senza alcun legante. Il fatto che queste pitture siano ancora oggi visibili è dovuto al fatto che l'acqua di infiltrazione conteneva minerali che hanno formato uno strato trasparente su questi pigmenti colorati.
I pittori fino al XVIII secolo conoscevano solo una quarantina di pigmenti, ma non ne utilizzavano che una ventina. All'epoca i procedimenti di fabbricazione si avvicinavano più alla cucina che alla chimica ragionata e la maggior parte dei prodotti utilizzati da Rubens e dai pittori a lui contemporanei era ancora di origine naturale. Poi, a partire dal XIX secolo, la situazione si inverte e si va verso il «tutto sintetico». Utilizzare per dipingere i colori offerti dalla natura è una possibilità ovvia e attraente. La polpa dei lamponi o i petali dei fiori fanno immaginare tinte smaglianti, ma  le  molecole colorate, in essi contenute(carotenoidi e i flavonoidi), hanno una scarsa resistenza alla luce. Le piante hanno tuttavia fornito ai pittori gialli e rossi magnifici, in particolare le lacche di guado (una tintura vegetale usata dagli antichi britanni per dipingere di blu il corpo), di quercitrone e di garanza (o robbia), nonché il blu di indaco. Solo quest'ultimo e la lacca di garanza resistono però in maniera significativa alla luce.
Anche il regno animale è stato ampiamente sfruttato per ottenere pigmenti: per esempio, la porpora antica, tratta da diversi molluschi gasteropodi marini, il rosso carminio, estratto dalla cocciniglia (e tuttora utilizzato come colorante alimentare), il seppia, prodotto dall'animale dello stesso nome, e il giallo indiano, derivato dall'urina di vacche nutrite con foglie della pianta del mango.
I pittori hanno sfruttato ancora più ampiamente il regno minerale: dal carbone e dalle terre diversamente colorate (la maggior parte delle quali deve la propria tonalità al ferro) fino ai colori più vivaci come il cinabro (solfuro rosso di mercurio, HgS), l'azzurrite(2CuCO3.Cu(OH)2), la malachite (Cu2(OH)2CO3), entrambe carbonati basici di rame, il lapislazzuli, pietra costituita da un miscuglio di lazurite, minerale di formula complessa, con calcite(CaCO3), ecc.
I primi pigmenti sintetici erano anch'essi di origine minerale: il bianco di piombo (biacca) è noto da almeno 2500 anni. Il procedimento di preparazione è rimasto quasi immutato fino all'inizio del XIX secolo: si ponevano lamine di piombo in vasi dal fondo ricoperto di aceto e un gran numero di questi vasi, coperti, era posto sotto un mucchio di letame; i vapori dell'aceto reagivano con l'ossido di piombo superficiale; dopodiché, a contatto con il biossido di carbonio liberato dal letame, l'acetato basico di piombo Pb(CH3COO)2. Pb(OH)2 si trasformava in carbonato basico di piombo, Pb2(OH)2CO3 , cioè la biacca. Le materie prime dei pigmenti sintetici del passato erano sovente molto semplici: ancora l'aceto o vinacce, fatti reagire con lamine di rame, servivano a preparare il verderame (un acetato basico di rame, Cu(CH3COO)2 . Cu(OH)2 e non il carbonato idrato, CuCO3 . Cu(OH)2, che si deposita sul metallo in ambiente umido. A sua volta il verderame, riscaldato con l'oleoresina che trasuda dal pino, da un resinato di rame dal bellissimo colore verde smeraldo trasparente.